Che cos’è la sezione 230 di Trump?

Ventisei parole. Solo 26 parole racchiudono il senso stesso di Internet per come lo abbiamo conosciuto finora. 

Stiamo parlando delle ventisei parole di un comma, inserito nella ‘Sezione 230‘ del Communications Decency Act.

Il Communications Decency Act è la legge contro cui Donald Trump ha scagliato una poderosa offensiva, arrivando a minacciarne l’eliminazione.

“Nessun fornitore e nessun utilizzatore di servizi Internet può essere considerato responsabile, come editore o autore, di una qualsiasi informazione fornita da terzi”

Su questa legge, come affermato da molti, si è costruita la fortuna dei social network e ha dato forma a Internet, nel bene e nel male. 

Ed è questa regola che Trump ha deciso di abolire dopo uno scontro durissimo con le piattaforme, colpevoli a suo dire di avere un innato pregiudizio verso i politici di destra.

L’IMPORTANZA DI 26 PAROLE

La Sezione 230 per molti è la legge più importante su Internet. Il comma è stato inserito nel 1996, agli albori dell’ascesa globale della rete.

È opinione diffusa che sia proprio questo comma l’origine della fortuna di molti dei paperoni della rete.

La 230 di fatto sancisce che le piattaforme non sono responsabili di ciò che viene pubblicato da altri su di loro. Non solo: dà anche alle società che le gestiscono ampia discrezione nel modo in cui moderano i post e gli altri contenuti.

Finora nessuno poteva citare in giudizio Facebook, Twitter o YouTube in caso di post controversi, o rimossi.

Ora, venuto meno lo scudo della 230, sarà possibile farlo.

LA NASCITA DELLA SEZIONE 230

L’origine di questa sezione lo racconta Jeff Kosseff nel suo ‘26 words that created the Internet‘. 

Nel 1956 un libraio vende un libretto erotico a due agenti sotto copertura. Viene denunciato e portato in tribunale perché ritenuto colpevole di diffusione di materiale osceno. In tribunale la sua difesa fu: “Io quel libro non l’ho mai letto, non sapevo di che trattasse, come non so di cosa trattano centinaia di libri nel mio negozio”.

Venne assolto, e il principio stabilito: chi distribuisce contenuti non ha responsabilità sui contenuti stessi, altrimenti si violerebbe il primo emendamento della Costituzione americana oltre ad arrecare un notevole danno economico all’indotto dell’editoria.

Da allora è cambiato un po’ tutto, ma il principio che regola i distributori di contenuti di terze parti è tutto sommato lo stesso, anche oggi che sono per lo più digitali. 

Ed è lo stesso principio che finora ha regolato i social.

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